-Ma sei sempre qui? Andiamo, ci s'ha da fa'!

Io rimasi così, con la brioscina a mezza strada tra la tazza e la bazza, guardando il Trepelli, chiedendomi chi l'aveva fatto entrare in casa, ma soprattutto chiedendomi cosa cavolo faceva alzato alle 9 di Pasquetta a turbarmi la colazione, lui che più che coi cristiani è imparentato coi ghiri.

-Guarda che l'appuntamento con gli altri per fare la spesa è alle undici - dissi salendo sulla panda alquanto vissuta di Paolo.
-Appunto! C'è tempo per fare colazione.
-Perché, quella di prima cos'era?
-E ti pareva colazione quella? 

Così dopo pochi istanti eravamo a casa sua a consumare gli avanzi di Pasqua: cous cous con l'agnello, carciofi e cavolo sottaceto fatto in casa.

Per farla breve, per l'ora dell'appuntamento col resto della banda eravamo al bar con l'amaro per digerire. Bubi e gli altri ci trovarono così e ci canzonarono, ma i ragazzi in cuor loro rimpiangevano di non averci pensato, perché questa era stata una manovra preventiva. 

Le pasquette possono essere organizzate in molti modi: qualcuno prepara tutto i giorni precedenti, viaggio e pappatoria, altri vanno al ristorante, altri ancora improvvisano con quello che trovano. Quell'anno, noi improvvisavamo con quello che trovavamo, per cui la prospettiva era una pasquetta di magro. Per di più, quello che ci gettava nello sconforto era il fatto che ad autoinvestirsi della spesa erano state le donne della compagnia, perché da queste parti la smerendata è considerata, a ragione, un compito maschile. 

Il calcolo delle quantità e la scelta delle pietanze sono attività complesse che richiedono esperienza, conoscenza della materie prime e della capienza dei commensali, perciò quest'anno non ci aspettavamo altro che un paio di cartate di affettati, e ci eravamo preparati.

Quando arrivarono le pupe con un paio di buste in tutto lo sgomento serpeggiò nel gruppo, ma nessuno disse niente perché all'epoca un paio di noi avevano manovre in corso, anche se un - Vai! La cartata di affettati... - venne troncato bruscamente dagli interessati.

Fu quindi con spirito espiatorio che partimmo per il Fiora, e ci accampammo alla meglio sui pietroni accanto al fiume. Era una giornata variabile, ma inspiegabilmente appena arrivammo sul posto le nuvole sparirono e lasciarono un sole così a picchiarci sulla capoccia. 

Dopo un quarto d'ora di amene attività fluviali ci guardavamo come anime in pena: era giunto il momento di guardare cosa c'era per pranzo. Le buste vennero aperte e ne saltarono fuori tre o quattro cartate di affettati. Ma come? Nemmeno una salsiccina?

La passeggiata aveva risvegliato un po' d'appetito, ma gli altri non si erano avvantaggiati come noi, così quando venne scoperta una carta piena di prosciutto cotto lo sconforto provocò una mezza sommossa. Seguirono alcune scene da assalto al Forno delle Grucce. Qualcuno cominciò con occhio famelico a studiare i sassi del fiume in cerca di barbi.

Per fortuna, stanti le condizioni miserevoli nelle quali versava la compagnia, qualcuno suggerì di spostarci verso la vetta dell'Amiata. Alle quattro eravamo al Prato delle Macinaie e faceva freschino. Un paio delle dietologhe con noi vantavano improbabili passati da sciatrici e suggerirono incaute il seguente piano: in cinque (io, Bubi, il Trepelli e due donzelle) saremmo saliti in vetta con la seggiovia, mentre le nutrizioniste avrebbero seguito a piedi la pista. Tutto bene fino a dopo la prima curva, da dove c'era mezzo metro di neve.

Per nulla preoccupati del destino delle aguzzine a piedi facemmo ciao ciao con la manina, proprio mentre affrontavamo col giubbettino l'improba ascesa alla vetta. Arrivammo congelati come merluzzi. Le mie orecchie parevano di vetro. Cavallerescamente, convincemmo le due signorine a tornare giù in seggiovia per prendere la macchina, mentre noi stoicamente ci offrimmo di rersistere nel gelo della vetta fino al loro ritorno.

Appena sparite dalla vista con la seggiolina, ci infilammo di corsa in un rifugino, dove ci facemmo forza e coraggiosamente ci mangiammo un paio di panini con la salsiccia calda a testa e qualche bicchiere di vino, attendendo l'arrivo delle salvatrici, sperando che ci mettessero parecchio. Alla sera noi maschietti emaciati ci riunimmo in piazza per un bilancio della giornata ipocalorica, e decidemmo di fare la ben finita presso un noto ristorantino rustico locale, la proprietaria del quale ha un soprannome che non vuole sentire ma che fa rima con Banana.

Tempo poco, eccoci in sei apparecchiati e trepidanti per il menu della rivincita, annaffiato da due o tre boccioni di vino rosso:

  • prima portata, porchetta casalinga con insalata di erbe di campo, créspini e raperonzoli
  • seconda portata, trippa
  • terza portata, cotenne coi fagioli, la specialità della casa, della quale io e il Trepelli venimmo omaggiati di porzione extra, tanto per finire il tegame.

Finalmente felici e rubizzi, ci venne proposta una crostata di frutta che lì per lì sdegnammo e che dopo dieci minuti disintegrammo. Quindi rotolammo felici verso la cassa non prima di esserci lungamente complimentati con la padrona, come da etichetta.

Inspiegabilmente, qualcuno in nottata ebbe difficoltà di digestione, ma sinceramente con abbiamo mai capito perché.

Prossimo articolo Articolo precedente