Il Barretto sta fuori Santa Fiora. Questo è il suo nome ufficioso, quello vero è un altro, ma per tutti il Barretto è quello vero. 

È un bar, un albergo, ma soprattutto un ristorante di buon livello; quando ero piccolo ci andavamo spesso la domenica a fare merenda con tutta la famiglia, con babbo che mangiava sempre la bistecca, come se maneggiarne a decine tutti i giorni non fosse abbastanza. Qui ho mangiato per la prima volta in vita mia, a 9 anni, la zuppa di funghi, e come si vede me la ricordo ancora.

Al Barretto vendono quintali di vino sfuso all'anno, un vino rosso parecchio forte che macchia i bicchieri e piace parecchio agli avventori, una ditta composta per lo più da pensionati accaniti giocatori di carte e altrettanto accaniti bevitori. Ce n'è qualcuno che al tavolino ci 'bberga, quasi ci abita di casa.

Ogni tanto andavamo a farci merenda con Grappolino e gli altri. Un panino col prosciutto a mezzo e un bicchiere di vinone, poi ci guardavamo tra noi e guardavamo anche la padrona:

-Lorena, ce l'hai un po' di trippa oggi?

-No, però c'ho un piccione ripieno, potreste fa' a mezzo...

-Bono! Ci s'accomoda di là eh?

Una sera sotto Natale, con un freddo cane, verso le sei, arrivammo in tre al Barretto per un bicchiere: Pompa, Rossano ed io. Si vede che l'aria delle feste aveva stimolato la clientela, perché c'era pieno di gente. Dentro era caldo e fumoso, con l'odore della cucina che veniva dal retrobancone.  Arrivammo al banco alla meno peggio, anche se generalmente il diritto di abbeverarsi viene sempre riconosciuto dai presenti, specie se sono professionisti...

Si parlava del più e del meno quando entrarono due persone, un uomo di mezz'età che accompagnava un omino che sembrava uno stoccafisso: secco tirato come una stringa, tutto rugoso, con l'aria simpatica. Aveva un testina tutta pelata e macchiata di vecchiaia, con un paio di occhi accesi sopra un gran naso, che sporgeva come se la testa intorno si fosse pian piano ritirata lasciandolo lì nel mezzo, e forse era andata così. Sotto il promontorio una bocca completamente sdentata.

Evidentemente lo conoscevano tutti perché venne accolto da un'ovazione. In questi casi è difficile districarsi, perché si scatena una corsa all'offerta. Dalle mie parti, se ti offrono da bere, il galateo impone che tu restituisca subito la mano, e in certi casi di sovraffollamento è bene farsi durare il bicchiere pieno in mano per svicolare. Qualche volta ho pensato che il vino da osteria rimane a prezzo basso (come la qualità) non solo per l'alto consumo, ma anche per permettere ai clienti di offrire la bevanda a parecchie persone, come si conviene tra gentiluomini...

Come che sia, il nuovo arrivato catalizzò l'attenzione di tutti: chiedevano notizie, commentavano, scherzavano. Poi, chissà come, qualcuno intonò qualche strofa tradizionale e il Vecchio rispose subito. Da quel petto striminzito come un tubo da stufa tirò fuori un vocione che sicuramente prendeva da qualche altra parte. Conosceva strofe che molti dei presenti avevano dimenticato, le cantava con un energia incredibile. Né si fermò alla prima canzone, perché dopo cominciò a cantare canzoni della propria gioventù, che doveva essere piuttosto remota, a giudicare dai titoli.

C'era un'allegria energica e contagiosa. Ad un certo punto il Vecchio smise per fare un bicchiere e riposarsi un po' e gli chiesi quanti anni aveva: novantadue mi rispose, poi aggiunse che era tutto pieno di acciacchi e di dolori, che non lo facevano mai riposare, e aveva anche 24 viti in bocca. Questo lo disse digrignando le gengive con aria feroce, come se avesse le zanne di una tigre: chissà, forse si era rotto la mandibola e gliela avevano rimessa insieme, non ebbi il tempo di chiedere nulla: era contento di parlare con il più giovane della compagnia, lui che era il più vecchio. In poco tempo mi raccontò di anni di lavoro nei campi e di una vecchiaia interminabile e canaglia, coi dolori che gli toglievano ogni energia, come se a muoversi gli si strappasse qualcosa dentro. E sicuramente, tira tira, qualcosa si era strappato per forza, ma non questa sera. Questa sera, e si vedeva chiaramente, il Vecchio mandava al diavolo i dolori, mandava al diavolo novanta e passa anni di tribolazioni, mandava al diavolo la certezza del dolore, mandava al diavolo le preoccupazioni infinite di una moglie che si intuiva presente e premurosa. Cantava e ridiventava padrone, per una volta, di sé, e le ventiquattro viti erano davvero zanne da giovane predatore. Uscimmo quasi di soppiatto salutando Maurizio, il barista, con la mano. 

Fuori, camminando verso la macchina, si sentiva forte il canto del vecchio sopra quello degli altri.

Faceva meno freddo.

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