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A busso. Di colpo. Questo termine è abbastanza singolare perché a Santa Fiora si bussa solo quando si chiede di entrare in casa a qualcuno, e non quando si colpisce qualche meritevole. Probabilmente il termine potrebbe derivare dalla terminologia del gioco del Tressette, indicando una risposta subitanea del compagno alla bussata, ma comunque ci andrei coi piedi di piombo… «Quando si letica si risponde a busso, senza pensacci tanto».

A ramacolli. Si definisce a ramacolli una discesa compiuta pericolosamente, troppo velocemente e sobbalzando, tale «da scapicollassi». È nella natura pragmatica dei ciacciai lo sgomentarsi di fronte a manifestazioni di esuberanza, velocità eccessiva, spericolatezza, quali appunto il discendere a ramacolli le strade di montagna (e spesso meritatamente smusassi in qualche albero). È un comportamento tipico dei ragazzini, ma anche dei forestieri poco avvezzi alle strade di montagna, e quindi propensi ad abbrustolire i freni della macchina per fare i ganzini lungo le discese e i tornanti.

A refe nero. Con determinazione ed insistenza: «Piove a refe nero!». Pago da bere a chi è in grado di spiegarmi da dove viene questo modo di dire; certo che il refe è un tipo di filo parecchio robusto e il nero potrebbe riferirsi al nero della pece usata dai calzolai per rendere impermeabili le cuciture ma, sia chiaro, queste sono ipotesi…

A urie. A caso, con poca cura. Le cose fatte a uria sono fatte in fretta e senza troppa considerazione, tirate là, come viene, viene. Un possibile sinonimo potrebbe essere il più raffinato, e adatto a cene eleganti (non quelle che avevate pensato ma sì, insomma, ci siamo capiti) «a cazzo di cane».

Abboccato. Persona di bocca bona, che mangia tutto senza troppi problemi (come me, insomma). Da notare che abboccato si definisce anche il vino leggermente dolce, generalmente poco gradito al palato dei cacciai, più avvezzo alle rustiche vinelle acide del bar. «Mmh, bono, abboccatino…» dirà durante la degustazione il gentiluomo santafiorese e, approfittando della disattenzione dell’ospite, vuoterà il bicchiere nelle ortensie. I Ciacciai nei confronti del vino sono spartani: Abbraccica’. Abbraccicare. Abbracciare con trasporto. Il termine si usa riferendosi quasi unicamente all'abbracciarsi degli innamorati: «L'ho visti abbraccicati dietro la Serenella!» è uno dei commenti dei ciaccioni nei riguardi delle coppiette.

Abbrìccico. Strano oggetto, macchinario dalla composizione e dalla funzione indefinibile, o comunque oggetto difettoso e malmesso, o difficile da usare. La memorabile Duna, la macchina che più di tutte assomigliava a quelle che disegnano i bimbi in età prescolare, era un bell’abbriccico (ora che cipenso la Multipla potrebbe degnamente prenderene il posto).

Abbrusca’. Abbruscare. Abbrustolire sulla fiamma. La retina per abbruscà il pane si chiama quindi bruschìno.

Accana’. Accanare. Mettere nella posizione del cane (più universalmente conosciuta come pecorina) e quindi possedere carnalmente. Ovviamente il termine non rientra tra quelli più fini, quali congiungersi, possedere, tromba’, pipa’ etc.

Accanizza’. Accanizzare. Lanciare la canizza (v.) dietro la preda. La canizza viene lanciata per stanare e catturare il cinghiale; il fatto che a volte si vedano passare prima i cani e poi il cinghiale venne perfettamente commentato dal compianto Ghigo Tommasi con la frase «Ogni tanto dice che lo fanno!». Più genericamente il termine assume il significato di scagliare contro la vittima qualcosa o qualcuno che ricordi la ferocia dei cani da caccia: «Bada, t'accanizzo la mi' socera!» è un valido esempio.

Accident' a chi ti governa! Imprecazione che rientra nella multiforme categoria degli accidenti indiretti, maledizioni che tendono a colpire il soggetto mirando invece a persone che compiono su di esso funzioni cruciali quali la nutrizione: «Accident’ a chi ti governa» e «Accident’ a chi ti coce 'l pane», o l'assistenza alla nascita: «Accident’ a chi te l'ha legato» (l'ombelico). Potrebbe rientrare in questa categoria la frase «Mica ce l'ho con te, ce l'ho con chi ti manda 'n giro!», dove si suppone la mancanza di senno e responsabilità personale dell'oggetto dell'inventiva, noto pezzo d'asino. «Accident’ a chi vi ci porta» sarà invece l’esclamazione tipica della massaia che si reca il 14 di Agosto alla Coop e la trova invasa dai villeggianti, con grave disagio sia dal punto di vista del tempo richiesto per gli acquisti, sia da quello della confusione che impedisce di ciacciare adeguatamente con le altre gentildonne.

Accimalla. Accimarla (la sbornia). Accima’ significa aggiungere il liquido che basta a colmare un recipiente (a raggiungere la cima, l'orlo). Accima’ la sbornia vuol dire quindi ribere quel tanto che basta a tornare di nuovo ubriachi, visto che la ciucca della sera prima minacciava di estinguersi col nuovo giorno. Questo rende possibile prendere una sola sbornia in più giorni, e nel contempo essere sempre conci come tegoli (v.) con grande risparmio, non dovendo sempre ripartire da zero… Il che può anche essere un bel vantaggio.

Acciomma’ o acciomba’. Ammaccare (v.ciomba), produrre una concavità su di una superficie, quasi sempre la carrozzeria della macchina. «T'acciombo 'l capo!» o «T'acciombo 'l muso!» sono valide minacce che ricorrono a volte nei diverbi tra gentiluomini locali.

Acciuìto. Forse contrazione di acciuchìto, reso simile al ciuco (notoriamente bestia poco brillante). Spossato dal caldo o dalla fatica. «Da come so' acciuito m'addormo ritto!».

Acconsenti’. Acconsentire. Il primo significato è quello di sbattere violentemente un oggetto contro un altro: «Ho acconsentito la macchina a ‘n saracio» o «Se nun la smetti co ‘n cazzotto t’acconsento ‘n terra». Il secondo significato è quello della congiunzione carnale: «Ho acconsentito la moglie di…».

Acqua cotta. Zuppa contadina di pane, verdura e uova estremamente gustosa: meglio delle solite brobbie (v.). Nella forma originaria era fatta solo con le cipolle, ed era uno dei piatti più poveri della tradizione maremmana. Come tutte le zuppe di pane si è poi evoluta parallelamente alla disponibilità di soldi e derrate alimentari come, per esempio, la panzanella. Da non confondersi con la zuppa cotta (vedi).

Acquetta. Candeggina, tutto qui.

Agghira’. Agghirare. Ammazzare il maiale con la spilla, un ferro appuntito che viene infilato simpaticamente nel cuore dell'animale, finché morte non ne consegua. L'agghiramento dava il via alla sarabanda della preparazione del maiale, occasione di festa per tutta la famiglia, che vedeva così riempire le scarse risorse alimentari per l'inverno. Cosa c'entri il ghiro poi…

Agginassi. Agginarsi. Sbrigarsi: «Agginamoci che perdemo la Rama!». Non capisco da dove possa derivare questo termine.

Aggioglia’. Nutrire col gioglio, erba in grado di calmare gli asini, pertanto il termine si adopera anche nel significato di prendere tranquillanti od altri medicinali che inducono sonnolenza. Aggiogliare indica anche un senso di spossatezza generalizzato originato, ad esempio, dal caldo o dalle bevute: «’Sto caldo m'aggioglia!» si dirà sorseggiando, con 35 gradi all'ombra, il terzo bicchierone di cognac.

Allazzìto. Spossato, esausto. «'Sto sole m'allazzisce!».

Allucchi'. Allucchire. Divenire locco (allocco), instupidirsi per qualsiasi causa, dal vino al caldo… A Domenica In.

Allupàto. Avere l'appetito di un lupo, vuoi per il mangiare che per attività erotico-riproduttive. «La figlia di (omissis) m’allupisce» sarà il commento del bencreato gentiluomo santafiorese.

Ammasselli’. Ammassellire. Condensare in masserelle, aggrumare , rendere più denso. «Già il semolino sa di poco, se poi si ammassellisce fa proprio schifo».

Ammontina’. Ammontinare. Disporre oggetti in monti, in mucchi. Si ammontinano per esempio le fascine per il fuoco. Quando andavano di moda i cazzotti, si ammontinavano (per esempio) i cioli ai Capenti, nota discoteca della nostra gioventù.

Anda’ 'n culo. Andare in culo. Manifestare il proprio disprezzo riferendosi alla pratica della sodomia, anticamente (ma anche attualmente) considerata come il modo per affermare inequivocabilmente la propria superiorità, sul sodomizzato, ovviamente. «Ti vo nel culo» quindi esprime un rifiuto più che categorico (ma vi pare semplice scrivere queste cose senza mettersi a ridere?).

Anda’ 'n tasca. Eufemismo per anda’ 'n culo (per anda’ 'n culo vedete sopra).

Anda’ a becco. Andare a becco. L'insalata (ed altre piante simili) va a becco quando giungono a maturazione i semi. In tal senso si indica con l'anda’ a becco la sopraggiunta maturità riproduttiva, quindi il significato si può estendere anche ad animali e persone. «Cheste regazzette vanno già a becco…» commenteranno gli omìni del barre vedendo passare le moderne adolescenti.

Anda’ a gatto. Andare a gatto. L'essere in calore tipico delle gatte o di altri esseri di sesso femminile (anche bipedi). Sinonimo di move’ (v.)

Àndo o àndu. Dove. «Andu vai?». Di dove si dice dìndu: «Dindu sei?».

Angiuléllo. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di un angioletto, ma del sinonimo di svenimento: «M'è preso l'angiuléllo!» si dirà commentando correttamente questo simpatico fenomeno, «Dammi ‘n bicchiere di vino pe’ ripigliammi» si aggiungerà quindi.

Animélle. Frattaglie di maiale da accompagnare con la pulenda dolce (v.).

Anzagnòlo. vedi ranzagnòlo.

Anzalàta. Insalata. «L'anzalata, poco aceto e ben oliata»: la saggezza popolare non conosce limiti!

Appaìccia. Luogo umido nel quale il sole batte molto poco (o per niente); di solito ci si trovano i funghi. Interessante l'assonanza con carpiccia, il muschio che cresce appunto nei luoghi umidi, quasi a significare una derivazione da questa parola (ma non ci metterei le mani sul fuoco).

Appallotta’. Appallottare. Ridurre un oggetto in forma di pallotta, o palla. Attività sinistramente collegata a quella, comune nell'infanzia (ma non solo), di «mettesi 'diti nel naso».

Appedona’. Appedonare. Ridurre al pedone, ovvero tagliare alla base, quindi anche rasare al suolo. «Il Sasso di Petorsola tra un po' s'appedona per bene, ch’ è tutto 'n franiccio (v.)».

Appiccapanni. Attaccapanni. Si chiama omo quello fatto a stelo. Il termine è più usato nei dintorni di Selvena. ma è tanto fine che mi ci piaceva proprio…

Appirozza’. Appirozzare. Legare ad un pirozzo(v.). Termine riferito agli animali, che vengono appirozzati, cioè legati ad un piolo per non farli scappare.

Appitti o appittàti. Soldi non spicciolati, in un sol pezzo o banconota. Le mille lire in banconota si dicono mille lire appitte (lo so, dovevo mettere gli euro, ma mi faceva un po’ impressione).

Appoióso. Persona noiosissima, untuosa, melliflua e appicicosa peggio della colla. Insomma, un rompicogliómberi.

Appovènta. Luogo protetto dal vento. Quando ero piccolino andavo spesso con mia nonna Erina (vera sorgente di cultura popolare) lungo la strada del Fantozzo, dove c'era un pezzo di muro assolato all'appoventa, sfruttato da tutti gli anziani della zona: ognuno si portava una seggiolina, il lavoro, una scorta di argomenti per le chiacchiere e passava il tempo in compagnia. Curiosa l'assonanza con appaiccia: qualcuno più bravo di me dovrebbe studiarci un po' sopra.

Appozza’. Appozzare. Immergere nel pozzo o comunque nell'acqua (la pozza), ma anche in qualsiasi altro liquido.

Are-ere-ire. Modo di parlare con ricercatezza ed affettazione, molte volte fuori luogo in un paese in cui i suffissi -are -ere e -ire non vengono mai pronunciati, pertanto sottolineato nel descrivere i difetti di una persona. Il termine però è quasi interamente caduto in disuso. Esilarante il tentativo di una montecatinese di parlare per bene: «Non passare di costire che c'è l'otero!»

Arèllo. Porcile. L'arello è notoriamente sudicio, per cui il termine va ad indicare anche un luogo sporco ed estremamente sgradevole (v.troiaio). «Qui dentro pare 'n arello!» si dirà di un ambiente particolarmente sporco e/o in disordine. L'arello rivestiva particolare importanza perché in esso veniva allevato il maiale, sul quale si riponevano le speranze alimentari di molte famiglie del tempo. Il porco veniva infatti (adopero il passato perché sono ormai rimasti in pochi a fa’ 'l maiale) tenuto di gran conto e la sua uccisione, prima di Natale, era una festa per tutti. Il maiale costituiva una riserva alimentare eccezionale, e molti piatti invernali erano a base di suino (la pulenda coll’animelle, per esempio); pe’fa’ venì 'l maiale, si destinavano ad esso tutti gli avanzi, portandogli secchiate di beverone, bracciate di pàpara (erba fresca) ed ogni cosa che il suino potesse mangiare (praticamente tutto). Curiosamente a volte il maiale disdegnava il beverone e si metteva a mangiare terra e sassi (la geofagia è comune a molti animali, e anche presso alcuni popoli primitivi: credeteci, è vero, lo so che sembra una trappula…), arrivando raramente a più di 50 chili, facendo veni’ l'orso (v.) a tutta la famiglia (quella del mi’ zio, nella fattispecie). Niente a che vedere con Cirinnoco, il maiale di Capino che arrivò a più di 250 chili!

Arilà. Comando usato con le bestie per allontanarle: pertanto si usa anche con le persone. «Arilà!» si dirà elegantemente all'amico che si avvicina con la secchiata d’acqua pronta.

Ariqua. Comando per far partire il somaro, che si fermava poi con ariquatèh o, più semplicemente, con teh. Più frequentemente il somaro non ci capiva niente e allora giù legnate! «Teh» viene a volte usato come raffinata esortazione a fermarsi, anche in macchina o nell'autobus (l'ho sentito dire ad un omino sull'autobus per Grosseto, alla fermata del bivio per Cinigiano).

Arrabbìssi. Arrabbirsi. Arrabbiarsi (di più non so che metterci…).

Arramiccia’. Arramicciare. Il radunare in mucchi i rami tagliati. In senso più largo l'ammucchiare qualsiasi oggetto.

Arrivederci. «Arrivederci 'n cielo, disse Buccica quando gli prese foco la capanna!». Questa frase, mirabile nella costruzione, intende esprimere la rassegnazione che si prova davanti a una disgrazia piuttosto grossa, tipo quando la suocera viene a stabilirsi in casa o quando, appunto, ci piglia foco la capanna. Chi fosse poi tale Buccica non è lecito saperlo, rientra comunque nella categoria delle figure esemplari, come il Degane, il Bussi, Dodde e Ruscilde, Gabbicia e chissà quante altre persone, ormai elevate dalle loro gesta, o dalle loro qualità, a imperitura fama.

Arrogaia’. Arrogaiare. Arrossare con bruciore. Di solito si arrogaia il sedere dei bimbi che se la fanno addosso. Penso comunque che il termine derivi da "rogo", in quanto pone più l'attenzione sul bruciore della zona colpita da tale simpatica affezione che sul colore della medesima.

Arrondella’. Fare le cose senza curarsene, con nessuna grazia, ma anche, guidando, prendere le curve in modo poco igienico: in questo senso viene usato anche il termine anda’ a rannello.

Arrota’. Arrotare. Oltre al consueto significato coltellinesco, il termine assume il significato di strofinare ripetutamente un indumento su un altro oggetto, fino alla consunzione: il golfe arrotato non è un maglione da taglio…

Arrovi'. Arrovire. Arroventare o arroventarsi (arrovissi).

Arruncinàto. Arrotolato malamente o piegato in malo modo. Si dice anche di tessuti spiegazzati, che sembrano stati «’n culo a ‘n cane».

Asciuttìno. Asciughino. Strofinaccio adoperato per asciugare le stoviglie ed i fornelli.

Asciuttóre. Arsura, sia di gola (comune all'entrata del barre, ma misteriosamente sparita all'uscita) che meteorologica. «Nun piove mai e ‘st’asciuttore m’è venuto anche a me: famo ‘n bicchiere!»

Àspito. Aspide. Esisterebbe anche la varietà aspito sordo, ma non so se abbia poi un riscontro scientifico, o debba essere associata alla categoria dei serpenti immaginari come il serpe regolo (v.). Secondo l'autorevole Scuola di Borgo (nelle persone dei Marrocchi) l'aspito sordo «sa di muschio». Particolarmente insidioso durante la pesca l'aspito, amante dell'acqua, verrebbe anche da certuni definito anguilla bacata.

Assassate! Eufemismo per assassino, viene usato per apostrofare una persona il comportamento della quale ci fa soffrire o stare in pensiero: «Mamma, vo a balla’, torno alle sei domattina» «Assassate! Mi farai morì di pizzichi». Anche come assassetti!

Assillo. Persona noiosissima ed (appunto) assillante, ma anche l'atto dell’assillare.

Atturassi. Atturarsi. Coprirsi bene. «Atturati!» mi ripeteva senza sosta mia nonna d'inverno.

Avella’. Avellare. Puzzare orribilmente, schifare col proprio puzzo. Di solito i bagni pubblici avellano. Quando da ragazzini giocavamo col caprone del Pericci ritornavamo a casa accolti da: «Andu se’ stato? Puzzi che avelli!».

Avèllo. Orribile puzzo quale, appunto, quello del becco, o maschio della capra (a titolo d'informazione quello della pecora si chiama birro).

Azzo. Movimento che anticipa l'azione, o anche quella particolare espressione che precede l'agire: «T'ho visto all'azzo!» si dirà per screditare il buontempone che ci ha tirato un gavettone di mezzo litro che per si è riusciti per pura fortuna ad evitare. «L' azzo è brutto, disse 'l rospo quando vide appunta’ l palo» è la versione santafiorese non rimata di «Disse il rospo -Brutto segno- quando vide appunta’ ‘l legno».