C

Cacamme. Simpatico appellativo per i ragazzini e i giovani fino a 15/16 anni, ma anche per le persone impacciate. «Fa’ meno casino, Cacamme!» si dirà per esortare il bambino agitato che ci sta disturbando da un po’.

Cacanìgnolo o cacanìgnulo. Piccolo frammento di feci (v. cacaréllo). Aggettivo riferito ad una persona di bassa statura che non incute assolutamente timore (altrimenti non gli si direbbe, no?)

Cacaréllo. Piccolo frammento di feci. Più genericamente una persona spregevole di bassa statura (vedi sopra).

Cacchioni. Grossi peli, o anche le penne rudimentali dei pulcini di certi uccelli. «Maremma che cacchioni!» si dirà commentando gli stinchi pelosi delle tedesche zainate che transitano per il paese.

Caccióne. Pollone, nuovo fusto, gemma: qualsiasi cosa che cresce dal vecchio fusto della pianta.

Cacio. Formaggio, compare nel detto: «Tutti boni, e 'l cacio manca!» usato quando non si riesce a trovare il colpevole di un'azione truffaldina, in quanto tutti i presenti si dichiarano innocenti. Si chiama cacio anche il sudicio che forma originali incrostazioni in zone a rischio, tipo le ascelle o i piedi. È anche curioso notare come Cacio sia un soprannome ricorrente in tutta l’area amiatina: in pratica ogni paese ha il suo cacio.

Cadóllo. Robusto. «Bello cadollo!» si dirà del temporalone estivo che manda giù acqua come le funi, ma anche del bimbo pienotto. «Bello cadollo!» dirà la fanciulla di fronte alle virtù del fidanzato testè svelate (se non lo dice il fidanzato piange…). «Bello cadollo!» si dirà vedendo alla televisione Pavarotti sfiatato col fazzolettone in mano.

Caffeause. Mobile da cucina o da salotto, dove di solito si tengono le tazzine ed i serviti da caffè. Probabilmente corruzione del tedesco Kaffeehaus. Sul perché nel santafiorese si incontrino questi germanismi (vedi anche pitorzello) ho una mia teoria: nei primi anni del secolo scorso alcuni degli ingegneri che vennero ad organizzare le prime miniere erano tedeschi o mitteleuropei, come il famoso Spirek, è probabile quindi che abbiano introdotto qualche parola che è rimasta nei vari dialetti della zona.

Cagna. Condizione di spossamento e nessuna voglia di fare, originata sia dal caldo che da ereditarietà.

Calàta. Ritmo del parlare tipico di ogni paese, e lo contraddistingue insieme al dialetto. È del tutto peculiare la calata degli abitanti di Piancastagnaio.

Calcagnata. Colpo dato col calcagno, spesso usato come coup de grace. L’autorevole Scuola del Nocivo distingue le calcagnate in due categorie: la calcagnata somarina, data all’indietro, e la calcagnata vitellina, data in avanti. Memorabile il racconto di un noto bracconiere della zona: «Sentivo lamenta’ e piagne’, e dopo ‘na siepe ho trovato ‘n capriolo. Porino, s’era ferito, mi guardava co’ certi occhioni. L’ho dato du’ calcagnate nel capo: bono con quattro patate!» (Sgomento tra gli astanti…).

Caldaìno. Gavetta.

Caldi. «Fori 'caldi che entrano 'ghiacci!» è una frase che si dice per sollecitare il ricambio di persone all'interno di uno spazio chiuso; ricordando i rigori dell'inverno, si cerca così di andare al calduccio a ritemprarsi, facendosi fare posto da chi ormai si già scaldato «e sarebbe ora che si levasse da’ cogliómberi».

Calìa. Persona esageratamente tirchia. Di solito me lo dicono quando non voglio pagare l'ottavo giro di cognacche al barre.

Calìbrio. Voce più del Marroneto che di Santa Fiora, che comunque metto per fare numero, ed il libro viene bello polpacciùto (v.): significa equilibrio. «Sfiussi ‘na rota, parsi ‘l calibrio, patapa’ ne la fossetta, ero tutto spampellato» ovvero: bucai una gomma, persi l’equilibrio e patapam! Caddi nella fossetta, rovinandomi (o come sarà questa, eh?).

Cane. Compare in moltissimi detti, eccovene un po': «Mette’ ‘l cane alla salita (e poi lasciallo sta’)» significa mettere zizzania e quindi abbandonare la questione, quando ormai il danno è fatto. Il detto si riferirebbe alla pratica di «da’ la foga a’cani» (v.accanizzà). «Parghi 'n cane d'un signore!» Si dice ad una persona sorprendentemente ben vestita. «T’è andata come 'n cane 'n chiesa» si dice invece a chi è particolarmente sfortunato, dato che i cani venivano prontamente scacciati a zampate dalle chiese. «Tocca a te come la merda a’cani» indica l'ineluttabilità di un evento sgradevole, mentre «Lascia’ davanti a’cani» significa sgridare violentemente, fa’ ‘na partaccia in pubblico.

Canìzza. Muta di cani da caccia al cinghiale. Più genericamente massa di gente in corsa, magari urlante (v.accanizzà).

Càntera o Canteràno. Comò. Per traslazione, si dice canterano una persona che ne possieda le caratteristiche morfologiche, ovvero più larga che alta. «La tale è ‘n canterano, si fa prima a saltalla che a giragli ‘ntorno».

Càntero o càntaro. Il vaso da notte, una volta immancabile complemento d’arredo, oramai caduto n disuso presso le nuove generazioni. Molto usato anche l’italiano pitàle, usato però per sottolineare l’eccessiva dimensione di certi recipienti, quali ad esempio i boccali della birra: «Accident’ a te! T’avevo chiesto ‘na birretta, me n’hai portata ‘n pitale!»

Capa’. Capare, ovvero scegliere, fare la cernita. Si capano le olive, le castagne, i fagioli e così via. «Sa’ che, e v'hanno capato!» si dirà argutamente ad una comitiva di ubriachi.

Capanna. Gioco tipico dell’area grossetana, da farsi nel barre con un bel panforte incartato (quelli nella scatola di cartone non vanno bene) e un tavolinaccio da briscola. Si gioca da soli (a petto) o in squadra. Stabilita la distanza di tiro, i concorrenti devono lanciare il panforte sul tavolo, badando a farlo rimanere sopra, possibilmente facendolo sporgere dal lato opposto (capanna). Chi mette il punto migliore comanda il gioco, come a bocce. Dal lato opposto del tavolo c’è un tizio col metro o con una stecca che misura i punti e beve proprio come i giocatori. In genere tra amici ci si giocano il panforte e le bevute, ma i tornei sono una cosa seria: qualche anno fa i due migliori giocatori del paese (il Marrocco e Estrarre) andarono a giocare a Pian del Ballo. Vinsero il primo premio (due maiali legati fuori dal bar) e i giocatori locali indispettiti non volevano che li andassero a prendere il giorno dopo, giacché due maiali vivi in macchina non sono comodi da portare. Dagli, picchia e mena, con Estrarre che minacciava di portarli via legati al paraurti, finalmente riuscirono a scambiarli con il secondo premio, il terzo e qualche giunta, aggiustando la faccenda che minacciava di sfociare in un grave incidente diplomatico. In definitiva, comunque, credo che si tratti per lo più di un modo per rendere più appetibile il panforte, notoriamente duro come un tavolone.

Caparocchia. Capocchia del fiammifero, ma anche la testa delle persone, specialmente quelle dure.

Capercio. Abitante di Arcidosso. Il termine in sé significa duro, ma a Santa Fiora non viene adoperato in tal senso.

Capifàva. Fungo immaginario dalla caratteristica forma di pene, ma anche mostruoso membro maschile, il capo di tutte le fave. Ritorna ogni tanto nella frase: «Che hai trovato? - 'Na capifava grossa così!». Il termine si ispira a quella cultura maschile dell'adolescenza che manifestava la voglia di vivere nelle virili sfide dette «Ora famo a chi l'ha più grosso!»

Capifòculi. Alari del camino, ovvero quegli oggetti di ferro battuto che servono a sorreggere i ceppi sul fuoco; durano tantissimo, per cui si usa dire «Duri quant'en paio di capifoculi» alle persone fin troppo longeve.

Capistéio. Grosso vassoio di legno per usi alimentari ed anche usato per fare la cernita (capa’) di olive, castagne ed altro. Poiché era molto grosso, lo si usava anche come slitta, e da qui il termine viene anche usato (raramente) per definire questo mezzo. Facendolo stavolta derivare da capire, il termine assume anche il significato di intelligenza, pensiero, attività intellettiva: «È 'l capisteio che nun va!» si dirà del solito scemo.

Capogàghe. Parola abbastanza nuova (risale circa agli anni 50-60) ma ormai caduta pressoché in disuso: letteralmente capogagà, ovvero gran gagà, persona che fa il furbetto e si mette in mostra ad ogni costo.

Capogatto. Fantomatico disturbo alla testa, provocato da eccessiva esposizione al sole o magari dalle chiacchiere di qualche ciabaglione (v.).

Capra. «’Gnorante come la capra al grano»: questa originale frase si riferisce ad una persona che non fa una cosa e nemmeno permette ad altri di farla; infatti la capra non mangia il grano ma nemmeno lo fa mangiare a chi si avvicina. Un sinonimo potrebbe essere il maremmano «Come ‘l cane all’aglio».

Capumilla. Camomilla, ma questa era troppo facile.

Carcòcciula. Cranio, testa (v.chiorba). Raramente si definisce carcocciulone chi possiede una bella testona.

Caricà le tavole. Questo curioso costrutto si usa (raramente) per indicare uno stato di forte disagio o malattia, paragonandola, forse, alla stanchezza che coglie dopo aver caricato un bel monte di tavoloni robusti.

Carpiccia. Muschio, per esempio quello adatto al presepe. Una volta, quando facevamo il presepe (presepio) a scuola, portavamo ognuno una bella borsata di carpiccia, col risultato che per fare un presepino piccolissimo avanzavano chili e chili di carpiccia, con gran gioia dei bidelli, ai quali notoriamente piace avere lavoro aggiunto.

Carrozzine. Giostre. Poiché le carrozzine venivano sempre il 22 luglio, nella tombola santafiorese il 22 si chiama "le carrozzine".

Cascia. Acacia (eh,beh!).

Casèlle. Giochi infantili. «Fa’ le caselle» significa appunto giocare.

Castagna. Frutto del castagno ed uno dei cardini dell'economia agricola e familiare amiatina e santafiorese. Moltissime parole santafioresi sono riferite alla coltura della castagna, a significare l'importanza che essa ha sempre avuto. Interessante la frase «Colpo colpo, castagna castagna», stante a significare la precisione e l'efficacia di un'azione, per esempio quella di far cascare una castagna ad ogni colpo dato; di conseguenza si adopera anche nel malaugurato fatto di imbaschiare (v.) al primo colpo la propria ragazza. La tremenda proprietà "meteorica" delle castagne viene infine ricordata nel detto: «Al tempo della castagnola, la bocca magna e 'l culo sona!». Provare per credere.

Castagnatura. Periodo della raccolta delle castagne, una volta periodo cruciale nell'economia delle famiglie.

Castrata o crastata. Il termine castrata indica collettivamente le caldarroste. Piatto pesante ma di grande effetto socializzante in quanto momento d'incontro, grazie anche al vino al quale va accompagnato. La crastata è un’arte nella quale i nostri vecchi eccellevano: il mio bisnonno per farla ci lavorava tutto il pomeriggio, innaffiandola col vino rosso e facendola riposare ogni tanto.

Castróne o crastóne. Letteralmente il crastone è la castagna privata di un pezzo di buccia per poter fare la crastata (v.). Il termine indica anche il giovane in età puberale o immediatamente post puberale (generalemente poco aduso alla frequentazione femminile), e si pone come gustoso alternativo all'orrido teen-ager, fate una prova: «Britney Spears è l’idolo di tutti i teen-agers». «Britney Spears è l’idolo di tutti i castroni». Suona meglio no? In questo senso è usato anche il vezzeggiativo castroncèllo.

Catamena’. Catamenare. Riuscire a trascinare un oggetto pesantissimo.

Catràppula. Qualsiasi cosa che renda il percorso difficile e faccia inciampare facilmente. «Maremma che catrappula!» si dirà delle scarpe con le zeppone. Il termine potrebbe essere una corruzione di petraccola, la tipica trappola per cacciare animali di piccola taglia, consistente in un sasso schiacciato posto in equilibrio precario su alcuni bastoncini.

Ceci. Legumi di colore giallo, piatto essenziale del pranzo della vigilia di Natale. Entrano a far parte del detto:«Ohioi, ho rimesso anche 'ceci di Natale», per indicare un disturbo gastrico di devastante portata che ha riportato alla luce anche veri e propri reperti gastrici (certo è che se tanti mangiassero meno…).

Celletto. Contrazione di uccelletto, usata solo per indicare il membro maschile, di solito quando è come 'n cencio mollo (v.).

Cena. «Che si cena?» «'Na stanga e 'na catena!» Questa è la risposta standard a chi chiede cosa c'è per cena. Sicuramente si può far risalire ai frequenti periodi di ristrettezze economiche ed alimentari. Del resto quando si faceva la fame davvero, altro che 'na stanga si sarebbe magnata!

Cencio mollo. Il termine si riferisce alla scarsa robustezza e consistenza che caratterizza il cencio mollo, ovvero bagnato. Viene usato quasi esclusivamente per connotare una situazione di scarsa virilità (v. celletto). È comune rispondere alla persona che si gloria delle dimensioni e della efficienza del proprio organo sessuale con la frase: «Già che c'hai cotesto cencio ‘n mano, perché nun mi pulisci ‘vetri?»

Cenerata o cennerata. Sistema per ottenere il ranno (v.) dalla cenere e dall’acqua calda, ma anche sistema per togliere la buccia ai ceci da cuocere per la vigilia di Natale, di cui era maestra mia nonna. Si tratta di un sistema piuttosto laborioso, per cui pochi lo usano ancora, ma in compenso mangiano i ceci con la buccia e tutto!

Ceppicóne. Grosso ceppo, ma anche grossa testa, oppure attaccatura: «Ti do 'n cazzotto nel ceppicone dell'orecchi t’addormo!» Si dirà minacciando col pugno teso.

Chesto, cotesto e cotéllo. Questo, codesto e quello. Come in tutti i dialetti toscani, cotesto è molto usato.

Chiaccherafìtto. Si dice di una persona che chiacchiera sempre senza chetarsi mai, più che altro sparlando del prossimo, più gentile del seguente…

Chiaccheramerde. …Nel quale viene accentuata la sgradevolezza del parlare di fatti altrui.

Chiappa’. Chiappare. Acchiappare, acciuffare, prendere. Da non confondere con chiappa.

Chiappa. Gluteo. Esiste però anche il detto «bella chiappa!» (derivante da chiappà, e quindi equivalente a «bella presa!»), che esprime con sarcasmo il ritrovarsi per le mani una fregatura. «Bella chiappa ho fatto» dirà il giovanotto che, conosciuta una bella figliola per fotografia, invece si vede arrivare un ragano (v.).

Chiappìni. Le mollette che si adoperano per stendere il bucato.

Chiappòmmo. Vedi Chiapponne.

Chiappònne. Persona affatto sveglia, lenta di azione e di comprendonio, pigra e per nulla intelligente. Dovrebbe essere un vecchio soprannome poi assurto alla gloria.

Chiocca’. Chioccare. Schioccare, ma anche colpire con le mani o altri oggetti contundenti. Si dice anche «Che chiocco!» quando passando si vedono i resti di qualche incidente stradale «Certo andasseno più piano!?».

Chiònne chiònne. Andare chionne chionne o fare qualcosa chionne chionne significa camminare o lavorare lentamente e svogliatamente. Chionne viene anche chiamata la persona lenta e poco vivace nel fare le cose.

Chiorba. Testa, scatola cranica di notevoli dimensioni. Chiorbone è sia la testa esageratamente grossa, sia il padrone di detta meraviglia della natura.

Ci semo dati! Equivalente a «Semo del gatto!» (v. gatto).

Ciabaglióne. Chiacchierone, di quelli che ti si appiccicano addosso e ti fanno «’n capo così!». Anche di persona che parla senza cognizione di causa.

Ciaccia. Genericamente schiacciata da forno, ma si chiamano ciacce anche alcune torte non necessariamente schiacciate, come la ciaccia di Pasqua. Riferendosi al primo significato, fa’ la ciaccia significa anche schiacciare qualsiasi cosa fino ad appiattirla: «C'ho fatto la ciaccia!» mormorerà il miope accorgendosi di essersi seduto sopra gli occhiali…

Ciaccia’. Ciacciare. Parlare molto senza concludere niente, ma anche voler mettere bocca o mano in cose che non riguardano.

Ciacciai. Soprannome dei Santafioresi, la cui caratteristica è quella di parlare molto senza fare mai niente, interessandosi di tutto.

Ciaccione. Impiccione, colui che si interessa di tutto e tocca tutto. Esiste anche la variante, poco usata, ma estremamente esilarante di ciacciamerde, a ribadire l'inutilità degli interventi dell'impiccione.

Cianca. Gamba.«77, le cianche de le vecchie!» si dice a tombola

Cianchétto. Sgambetto: un'arte.

Ciancica’. Ciancicare. Masticare a bocca aperta, ma anche parlare poco chiaramente e mangiandosi le parole. Il termine risulta onomatopeico per l'abbondanza di c dolci che ricordano il rumore di chi, appunto, ciancica.

Ciavatta. Ciabatta. Si chiama ciabatta però anche la sleppa di pasta di pane fritta che vendono i forni.

Ciborio. Elemento dell'altare, inteso come luogo difficilmente accessibile e di particolare rispetto; ritorna in una serie di frasi per indicare un'azione di tale portata o gravità da essere difficilmente quantificabile: «Ho 'nsudiciato anche 'l ciborio», oppure «S'è magnato anche 'l ciborio» e così via.

Ciccio di gallina. Pelle d'oca, l'alzarsi dei peli per freddo o paura: «Chiude la finestra, che mi viene 'l ciccio di gallina!»

Ciócio. Persona che cerca moine o eccessivamente complimentosa, ma anche persona che si sdruscia con secondi fini. Si dice anche di chi è eccessivamente piagnucoloso e mammone.

Ciòla o ciòlo. Grosso rospo di campagna. Chissà come mai si chiamano cioli anche gli abitanti di Castel del Piano…

Ciomba o ciomma. Ammaccatura (v. acciomma’).

Cipicchia. Cispa. Residuo solido delle lacrime che si forma agli angoli degli occhi. Si dice cipicchioso della persona che ha sempre abbondanza di cipicchie o comunque è poco pulito.

Ciùfulo. Flauto, specialmente quello dolce (non si mangia). Strumento insulso che per lo più fischia, che ci veniva fatto suonare coattamente alle scuole medie. La cosa più interessante del ciufulo è che suonando si riempie di bava.

Codarone. Osso sacro, fondoschiena, l’attaccatura della coda.

Coglie’. Cogliere, raccogliere frutta o verdura. Per eccellenza per quando si va a coglie’, ci si riferisce alla raccolta delle castagne.

Cogliómberi. Eufemismo per coglioni, inteso come gonadi maschili. Dello stesso tipo coglionfani.

Cogniture de’ sigari. Polpacci in montecatinese: ora se mi spiegate da dove diavolo salta fuori 'sta cosa vi pago da be’!

Coia. Sporco, specialmente quello incrostato. Coioso è la persona sempre sporca

Collaréccia. Generalmente il collo ma anche, più estesamente, la regione del petto sottostante il collo. Il termine viene spesso usato per indicare un collo di notevoli proporzioni: «Bada che collareccia!»

Coltrìna. Termine relativamente nuovo, usato per apostrofare una persona scarsamente dinamica, magari impacciata. Di evidente derivazione da coltrone.

Coltróne. Grossa trapunta di lana da mettere in fondo al letto d'inverno. Essendo peso inserpentato, al giorno d’oggi è stato sostituito dal più comodo e leggero piumino.

Compiccia’. Compicciare. Riuscire a fare qualcosa. «Vieni a studià che nun compicci niente, somaro!» è l'invito tradizionale allo studio delle nostre mamme

Concia’ a pecora. Del tutto equivalente a conciare per le feste, ma anche prendere una sbornia colossale. Di solito per la Fiaccolata ci si concia tutti a pecora.

Concia. Sinonimo di baschina (v.).

Concio. Concime, letame. Ma anche variante di conciato. Esiste il costrutto: «Concio come 'n pellaio», che si adopera per descrivere una persona conciata (concia) assai male, lacera e sporca, come dovevano essere i pellai di una volta. Sempre rimanendo ai pellai, esiste la frase «M’ha fatto ‘na parte com’ a ‘n pellaio» da usare quando ci si ritiene ingiustamente oggetto di aspre critiche. Forme equivalenti di conciatura sono: «Concio come 'n San Lazzaro» (per le ferite), «Concio come 'n tegolo» (per l’esposizione alle intemperie), «Concio come 'n bastone da pollaio» (nemmeno la spiego).

Conigliulaio. Uomo che alleva e, generalmente, vende i conigliuli (v.), ma anche il luogo dove si tengono i conigliuli.

Conìgliulo o conìgliolo. Coniglio: che vi credevate?

Corca’. Corcare. Coricare, ma anche picchiare nell' espressione «Ti corco caldo» o «Ti corco da’ colpi». «Fatti ‘l nome e corcati» vuol dire invece che quando ci si è fatti un nome (nel bene o nel male) si può pure andare a letto che non cambierà più nulla.

Còre! Esclamazione di rifiuto e disgusto, equivalente a becio! (v.): «Si va a Poggio Ferro?» «Core!»

Corpo. Pancia. «Tanto in corpo c'è buio!» si dirà a chi ci critica per la nostra golosità, facendo così presente che, essendo sempre buio nello stomaco, eventuali cibi neanche si accorgerebbero di essere malassortiti.

Corpo sciolto o corpo smosso. Stato di malessere equivalente alla diarrea, che accomuna la consistenza del prodotto al presunto stato dell'organo producente. Di solito il corpo si scioglie sia per stress psicofisici intensissimi, sia per indigestioni di frutta lassativa (ciliege, susine, pere). Sinonimi sono sciolta e cacarella. Quest'ultimo termine compare anche in una esilarante canzonetta che narra le disavventure intestinali di una banda musicale al Marroneto: «Sucine e pere mangionno popon popon; e andarono a Piazza Padella e si misero a sonà; ma gli venne la cacarella e dovettero andà a cacà popon popon…»… «Banda del corpo sciolto» si dice di un gruppo di persone male in arnese.

Costà e costì. Là e lì. Sembreranno strani ma meglio del mestì dei pianesi e dei badenghi!

Costudi'. Costudire. Custodire, ma soprattutto nutrire molto bene. Quando andavo a fare merenda da mia nonna mi costudiva proprio bene (il pane con le polpette di patate e lesso, che ricordi! Altro che la madeleine di Proust!)

Coténna. Cotica del maiale, ma anche cuoio capelluto. «Dice che la Falana fa certe cotenne sott'aceto ma bone!».

Cotozza’. Cotozzare. Dormire della grossa, possibilmente con aria scema. «Bada come cotozza» si dirà del pirozzo (v.) che si addormenta al cinema appena spengono le luci…

Cotozzo. Legato a cotozza’ (v.), indica persona poco sveglia e sicuramente buona candidata al titolo di scemo del villaggio.

Crespulìno. Piccolo uccello, ma in senso più ampio si dice crespulino di una persona magra e di bassa statura, o di un bambino minuto. Il termine ha una certa carica affettiva.

Crètto. Pertugio, fessura, fenditura. Il verbo cretta’ significa incrinare. «Mi s'è crettato tutto 'l muro» dice la massaia incazzata nera al muratore che ha finito il lavoro l'altro ieri.

Cricchia’. Cricchiare. Scricchiolare. Una volta nelle case quando si sentiva cricchia’ qualcosa si diceva che c’erano le paure (v.).

Cristèro. Clistere. Triste pratica che veniva spesso applicata ai ragazzini, che appena vedevano il tegame della capumilla provavano un immediato turbamento e scappavano.

Cristo. Senza mancare di rispetto a nessuno, caduta rovinosa e spettacolare: «Ho fatto 'n cristo 'n terra, mi so' bucchiato come 'na patata!». Ritornando in ambito sacro, esiste la versione locale del detto «Fatta la grazia, gabbato lu santo", che suona così: «Morto Cristo, spento 'lumi»

Croce & lanternone. Il detto «la croce e 'l lanternone tocca’ sempre al più coglione» esprime una situazione molto gravosa, nella quale viene a trovarsi sempre lo sciocco che non ha saputo sottrarvisi. La frase è riferita alla pratica delle processioni religiose, nelle quali appunto l'incombenza di portare gli oggetti più pesanti veniva rifuggita da tutti, finendo sempre affidata a qualche pirozzo (v.) rassegnato.

Crògnulo o b. Corniolo. Legno durissimo adatto a fare bastoni da schiena.

Crostino. Piatto popolano di pane e cavolo lesso, ottimo e praticamente indigeribile, perché il cavolo torna sempre a gola: «Il cavolo è bono perché si magna du' volte» diceva sempre la mia bisnonna. Crostino si definisce anche un lavoro venuto male: «Che è 'sto crostino?» si dirà al carrozziere commentando la verniciatura della macchina venuta a pezze. Si potrebbe dire anche «Che è 'st’arrosto?»

Crostulìno. Pezzo in fondo alla pagnotta, conteso da tutti perché è il più croccante. Più genericamente qualsiasi pezzetto di pane, adatto magari per fare la scarpetta. Anche come cortecciòlo e culaccio o culaccetto.

Cucco. L’ovolo, l’amanita cesarea, pregiatissimo fungo dalla cappella rosso-arancio. Per questo può essere usato anche per riferirsi alle persone dai capelli rossi (solo al maschile).

Cuccumèlla. Ciotola. Recipiente circolare a metà strada tra il piatto cupo (v.) e la conca.

Culandra. Grosso sedere, e per il solito meccanismo di rappresentazione del tutto mediante una sua parte, anche persona culona. Visto poi che culo in italiano significa anche fortuna, si dice culandra anche di una persona fortunatissima.

Culaccio è sinonimo di crostulino (v.).

Culo. Sedere, ma anche fondo di recipiente. «Ave’ 'l culo all'arrovescio» significa essere molto arrabbiati. «Teresina ti vedo ‘l culo!» si pronuncia quando si arriva in fondo alla bottiglia (se ne vede il fondo) o si finisce qualche pietanza molto buona. Le trombe del culo sono sempre il posteriore, evidenziando per il potenziale sonoro di questa parte del corpo. Interessante anche la frase «chi l'ha 'n culo la 'n casa» che indica l' ineluttabilità di certe situazioni una volta che hanno preso l'avvio. Secondo alcuni esiste anche la variazione «chi 'n l'ha 'n culo l'ha 'n casa», che evidenzia con la negazione la mancata possibilità di sfuggire a certi avvenimenti. «Esse' culo e merda» invece è la versione più raffinata di «culo e camicia». «Fassi la frusta pel su' culo» significa preparare la propria rovina: «Ti sei fatto la frusta pel tu' culo!» si dirà educatamente alla persona che ci apprestiamo a smusare, dopo che ci ha presi in giro incessantemente. «Culo che 'n vide mai camicia (gran festa gli fece)» si adopera invece di fronte a felicità eccessive di fronte a cose di poco conto. «'L culo nun si fa di pàmpini» significa letteralmente : «Se t'è venuto il culo grosso vuol dire che hai mangiato come un maiale, e comunque non i pampini (foglie di vite, notoriamente poco nutrienti)». «Se t'avessi 'n culo t'andrei a caca’ all'Ombrone» si dice ad una persona che ci sta particolarmente antipatica, per sottolineare il nostro desiderio di togliercelo di torno. «A mettegli 'na granata 'n culo, vassape’ ‘n dove la perderebbe» va detto riferendosi ad una persona che non sta mai ferma. «Ti fo 'n culo come ‘n or di notte» equivale al più noto «Ti fo 'n culo come 'n secchio» (o come 'n paiolo, 'n somaro, ‘na capanna etc.), riferendosi alle ore notturne, che in stato di veglia sembrano non passare mai. «Che c'entra 'l culo co’ le Quarant'ore?» equivale all'italiano cavoli a merenda, accomunando il profano (il culo) al sacro (le Quarant'ore). «In culo ai rondoni» infine indica un luogo inaccessibile: avete mai provato a mettere qualcosa in culo ai rondoni? Caspita, mi sa tanto che questa è la voce più lunga del dizionario: che culo!

Cultella o coltella. Grosso coltello. Curiosamente le versioni femminili di certi oggetti risultano in qualche modo più pericolose degli equivalenti maschili. Questo è particolarmente vero nel caso di certi funghi: l’ordinalessa è la versione tossica dell’ordinale, la cucchessa è l’alter ego allucinogeno del cucco. Tornando alla cultella, posso citare una frase di una mia concittadina che è rimasta negli annali: «Ottimo il cotechino, squisite le lenticchie, mi passeresti la cultella che devo affettare il pane?».

Cupo. Si dice piatto cupo la scodella da minestra. Anche come piatto fondo.

Curòglia. Cencio ritorto a corolla, ovvero attorcigliato e disposto a ciambella, per essere messo sulla testa delle massaie al fine di portare meglio pesi (catino dei panni e così via). A giorno d’oggi indumento sgualcito, ma anche persona trasandata. Accuroglia’ è appunto lo sgualcire gli indumenti, ma il riflessivo accurogliassi indica il piegarsi in due (magari dalle risate).

Curreggiòlo. Stringa di cuoio, tipo quelle per gli scarponi.