S

Saccoccia. Tasca. La saccocciata è la quantità di cose che stanno in una tasca: una saccocciata di castagne.

Salcinèllo. Rametto di salice sottile e flessibile, adatto per legare le piante alle frasche e per altri usi simili. Si dice anche di una persona molto alta e magra: da ragazzino ero un bel salcinello.

Salettièra. Saliera.

Saltéllo. Cavalletta, ma anche qualsiasi ortottero che sia in grado di saltare (grilli e altre schifezze). In particolare, ritorna nel costrutto magna’ 'saltelli, che si adopera in vista di un magro pasto (quando non inesistente): «Chi non lavora, magna 'saltelli» si canterella sull'aria di "Chi non lavora non fa l'amore".

Salti. «Ce n'ho pe’ pochi salti più…»: questa frase indica l'essere al lumicino, al termine della vita. La 500 di mio zio ce n'ha pe’ pochi salti più (questa frase è relativa alla prima stesura, infatti la 500 del mi’ zio è nel paradiso dei rottami da un pezzo: l’avevo detto che ce n’aveva pe’ pochi salti più!).

Salute e ghianda. Affettuoso e sincero saluto che unisce insieme gli auguri per una salute ferma e per una mensa sempre imbandita. La ghianda in questione è augurata al maiale, la principale fonte di proteine delle popolazioni montane.

Salvàtico o selvatico. Complesso di caratteristiche organolettiche che contribuiscono a rendere sgradevole determinata cacciagione. Per toglierlo si ricorre all'acqua corrente o alla marinatura nell’aceto e odori (ma per il gatto va bene anche l'ammollo col limone).

Samprugnanìno. Grossa specie di vespa, dalle lunghe zampe posteriori, dalla puntura dolorosissima e molto velenosa. Erano (e sono) chiamati così gli abitanti di Samprugnano, oggi più banalmente rinominato Semproniano.

Sana’. Sanare. Castrare. Si sana il cinghiale «pe' levagli 'l salvatico (v.)».

Sanelli. Testicoli. Evidentemente legato al verbo sana’ (v.)

Sanguinità. Tutto ciò che viene trasmesso per ereditarietà: «Va sempre a rubba’ come 'l su' babbo, è proprio sanguinità!»

Santa Maria del piano. «Pigliassella pe' Santa Maria del piano» significa fare una cosa con lentezza e sonnolenza, senza nessuna fretta.

Santantonio. Persona particolarmente alta e ben piazzata.

Saràce o saràge. Frutti del saracio o saragio, ovvero ciliege. Il termine echeggia un’ origine saracena o comunque del sud Italia, e ricorda il termine siciliano cerase. È pratica comune «andà a le Vigne a frega’ le sarace», rischiando le ire dei contadini. Poiché il saracio è un albero molto desiderato e frequentato, “Saracio” veniva chiamata, nelle mie memorie, una tipa di un paese vicino «perché ci montavano tutti».

Sassicàia. Luogo brullo e caratterizzato più che altro da pietre. Il Monte Labbro è proprio una bella sassicaia.

Sbarba’. Sbarbare. Sradicare, svellere.

Sbosciato. Aggettivo solamente maschile. Un uomo sbosciato è un disgraziato caratterizzato dal fenomeno detto palle scese, ovvero da un eccessivo spenzolamento dei testicoli, magari gonfi. «Con du' zampate ti sbóscio!» è una minaccia che a volte si sente nei club nobiliari inglesi.

Sbròscia. Compostaccio poco invitante. Vedi brobbia, di cui è sinonimo, anche se il complesso delle consonanti -sbrsc, ricordando uno scroscio schifosetto, rende il termine più efficace.

Sbuccica’. Sbuccicare. Sbucciare; anche riflessivo (sbuccicassi). È tipico de’ rasposi sbuccicassi ‘ginocchi giocando.

Sbuchetta’. Sbuchettare. Correre, saltare e fare le capriole per gioco (vedi scavalla’).

Sbuchettóne. Capriola o salto fatto per gioco.

Sbucona’. Mettere a buco ritto (.v), ovvero in disordine.

Scacchia’. Scacchiare. Scacciare dalla compagnia, lasciare sola una persona. Ogni tanto il più sciorno va scacchiato.

Scaffaròtti. Strani aggeggi di forma poco chiara che si indossano ai piedi, che rendono il passo goffo. Rientrano in questa categoria i doposci e le scarpacce a zatterone.

Scala’. Scalare. Recuperare qualcosa che si è incalato (v. incalà), o far precipitare qualcosa dall'alto: «Scende di cima l'armadio o ti scalo io a ciavattate!»

Scalambròne. Calabrone.

Scalandrìno. Piccola scala doppia che serve per oltrepassare le recinzioni dei campi senza intricarsi nel filo spinato con esiti poco felici. Scalandrino si dice anche di un motorino piccolo ma rumoroso e di una donna piccola e poco avvenente.

Scalìto. Magro, emaciato. «Che gatto scalito!» si dirà vedendo un sacchetto di ossa che del gatto ha solo il nome.

Scanascia’. Scanasciare. Scacciare, mandare via gli animali per non farli più tornare sul posto. A volte ci si prova anche coi cristiani.

Scàndulo. Oggetto o persona estremamente poco gradevole («nun si mira»). È solito, per incoraggiare l'amico che presenta la nuova ragazza, esclamare: «O che è 'sto scandulo!?»

Scaréggio (fa’ s. ). Fare scareggio significa provocare nelle altre persone un senso di miseria e scarsità. «Fai scareggio, magna!» mi diceva mia madre quando, pur essendo già molto alto, mi si contavano le costole da quanto ero magro (ora meno, molto meno).

Scarpione. Scorpione. Anche usato per definire una persona poco gradevole: «Chi so' 'sti scarpioni?» si dice vedendo arrivare il gruppetto dei soliti castroni (v.) venuti a rompere le scatole.

Scasa’ o scasula’. Scasare, scasulare. Cambiare di casa, traslocare.

Scavalla’. Scavallare. Vedi spullerassi.

Schiaccia. Schiacciata da forno, ma anche lastra di pietra per lastricare la strada: le classiche schiacce sono quelle che pavimentano la Piazza.

Schiantumìto. Persona o animale magro, emaciato (v. scalito e scareggio).

Schicchignóso. Sinonimo di schizzinoso.

Schifènza. Schifezza. «Che è 'sta schifenza?» dirà il marito ammiccando la minestra, e subito dopo eviterà le piattate che la mogliera (giustamente?) gli traventerà (v.).

Schifo. Aggettivo: schifoso.

Sciaguatta’. Sciaguattare. Agitare un recipiente che contiene del liquido, facendolo gorgogliare. Più genericamente anche agitare con veemenza: «non mi sciaguattà, mi riviene a gola 'fegatelli!». Tipico verbo onomatopeico, che richiama il gorgoglìo prodotto dall'agitazione del boccione. «Nu’ sciaguatta’ ‘l vino bianco, che s’intorbulisce!»

Scialaca’. Scialacare. Ansimare per il caldo, magari con la lingua di fuori.

Scialacotto. Colui che scialaca, ovvero sta sempre con la bocca aperta: in definitiva uno scemo. In primis, comunque, gli scialacotti sarebbero i pulcini da nido, che aspettano a bocca aperta il cibo portato dai genitori.

Sciali’. Scialire. Perdere le bollicine e quindi la sostanza, riferito per lo più alle bevande gassate.

Sciamannóne. Ceffone, ma anche tipo sgraziato che «passa là co' le scarpe e co' 'nnicosa!»

Scianguina’. Scianguinare. Sanguinare.

Sciatta’. Sciattare. Sciupare. Si dice quando una persona tocca appena una pietanza, sforchettando qua e là, infine rifiutandola. Tale persona viene detta sciattone.

Sciavèrto. Si dice sciaverto di una persona disattenta, che fa danni senza accorgersene ad ogni pie’ sospinto.

Sciliccàto. Persona eccessivamente ricercata nel mangiare, che rifiuta molti alimenti perché non le piacciono o, peggio, pensa che non le piacciano. Lo sciliccato è sempre mal visto nell’ambiente popolare santafiorese perché fa troppi miraculi (v.).

Scimmia. Uno degli innumerevoli sinonimi di sbornia, ma sicuramente il più rappresentativo, perché si presta a gustose metafore: «S'era 'n due, io e la mi' scimmia», «Ho ‘na scimma co’ ‘n pelo lungo cusì» e via bevendo. Altri sinonimi di sbornia sono: trona, cutigna, pezza, concia (v.), torpedine, ciucca, e chissà quanti altri. Scimmie sono anche detti gli abitanti di Selvena.

Scintillî. Propriamente gli stivali lucidati a specchio, per esteso qualsiasi paio di scarpe nuove. "Mi’ oh! Che scintillî!» si dirà all'amico con le scarpe nuove, ma anche, ironicamente, con un paio ignobile di sandalacci puzzolenti.

Scioccula’ o sciuccula’. Sciocculare. Agitare con forza. Si sciocculano gli olivi ma anche le persone, perché no?

Sciocculata. Cioccolata. E anche questa era facile…

Sciocculóne. Ceffone.

Scioffià. Scioffiare. Soffiare.

Scioffietto. Soffietto.

Scioffione. Soffione boracifero, nella nostra zona adoperato per produrre corrente elettrica. La sua caratteristica è ‘l puzzo di ovo marcio dato dall'acido solfidrico.

Sciola’. Sciolare. Scacciare, mandare via. Deriva dal verso "sció" col quale si allontanano le galline

Sciórno. Persona particolarmente tonta, di serivazione dal latino exorno, sguarnito, disadorno, mancante (di spirito in questo caso). Usato anche il suo vezzeggiativo sciornarèllo, che aggiunge una certa nota di sufficienza.

Sciugna’. Sciugnare. Dare la sciugna alle scarpe di cuoio per renderle impermeabili, ma anche darsi la brillantina.

Sciugna. Sugna, grasso di maiale.

Sciùgnulo. Semplice, non elaborato: «Come lo voi 'l caffè, corretto o sciugnolo?»

Scochea’. Scocheare. Il verso che fa la gallina. Riferito anche alle voci alte e squillanti delle donne quando discutono.

Scoglionato. Persona che, per adoperare termini aulici, ne ha piene le palle, ovvero che non ha voglia di fare niente ed è piuttosto insofferente verso tutto e tutti.

Sconfunéggio. Equivalente di confusione, ma il termine viene anche usato per definire una situazione confusa.

Scoppiasse! «Tu scoppiasse!» si dice alla persona che ci sta particolarmente 'ntepatica, ma va bene anche «Ti scoppiasse 'l capo!». La pronuncia della prima s è uguale a quella di sc- in sci.

Scottìno. Il siero che rimane dopo che si è ottenuta la ricotta. Buono col pane.

Scrocciula’. Scrocciulare. Scricchiolare rumorosamente.

Scrocciulìo. Lo scricchiolare del legno, ma anche il rumore delle cose che si spezzano scrocchiando e scricchiolando. A volte l'effetto sonoro tipico dei piatti e dei bicchieri che si rompono (al quale seguono altri rumori umani come berci ed improperi vari).

Scularcia’. Scularciare. Sculacciare, colpire di piatto il sedere a scopo punitivo.

Scularciata. Sana somministrazione di scularcioni (v.) sulle chiappe del reo (confesso o no).

Scularcione. Sculaccione, colpo dato col piatto della mano sul sedere

Scurreggia. Peto. Da notare come, rispetto ad altre varianti, quella santafiorese emerga «pe' quanto è 'gnorante»: la ripetizione delle erre dona una valenza onomatopeica notevolissima. Lungi da me tenere una conferenza su peti e flatulenze varie, ma a Santa Fiora si distingue la scurreggia in loffa, silenziosa ma dall'odore da guerra chimica (in effetti prende il nome dai funghi dette loffe, ovvero le vescie, che quando sono mature esplodono in una nuvoletta di spore), e in s. vestita, caratterizzata da una involontaria fuoriuscita di feci, che la fa equivalere a più note disgrazie. Da ricordare un paio di frasi di raro impatto, destinate a zittire con superiorità il solito sciliccato (v.) che si lamenta di fronte alla bordata sparata con evidente soddisfazione, la prima è: «O che t'ho chiappo?» (ti ho preso?), la seconda «O perché, te le pigli già fatte?» (e non le fai?). Sono rimaste a memoria certe signore dall’ampio deretano capaci, con una scurreggia, di «vota’ un cassone di semola».

Sdegna’. Sdegnare. All'attivo questo verbo è equivalente a scacchià (v.). Al riflessivo (sdegnassi) indica l'offendersi. Per esempio la chioccia si sdegna quando gli si toccano il pulcini.

Sdicervellassi. Sdicervellarsi. Scervellarsi, spremersi le meningi.

Sdicima’. Sdicimare. Tagliare le cime, le punte degli alberi o, più genericamente, di qualsiasi pianta.

Sdilanguinarèlla. Languore di stomaco che sfuma nell'attacco di fame vero e proprio.

Sdindella’. Sdindellare. Dondolare.

Sdiradicà. Sdiradicare. Sradicare.

Sdiossa’. Sdiossare. Disossare.In santafiorese il prefisso dis- diventa invariabilmente sdi-.

Sdirazza’. Sdirazzare. Non manifestare i caratteri tipici della propria razza o specie. «Sai che? Ha’ sdirazzato!» si dice all'astemio, discendente dall'ennesima razza di briachi fissi.

Sdirena’. Sdirenare. Rompere le reni, la schiena; anche riflessivo (sdirenassi). «Viene qua, che ti sdireno per bene!» era uno dei modi per affermare la bontà delle proprie convinzioni fin dalle dispute filosofiche presocratiche.

Sdoga’. Sdogare. Rompere le doghe (v.), sia intese come elementi della botte che come costole.

Sdraellìto. Completamente esausto: «’Sto caldo mi sdraellisce, dammi ‘n po’ da be’».

Sdruciurélla. Luogo particolarmente scivoloso, per ghiaccio, fango o qualsiasi altra causa, ma nche lo scivolare per gioco su questa superficie: «Fatela finita di fa’ la sdruciurella pe' le scale, che v’arrotate 'l culo de' calzoni!»

Sdruscia’. Sdrusciare. Strofinare; anche riflessivo (sdrusciassi). Il termine indica quel particolare momento del corteggiamento che permette i primi contatti come si deve.

Seggianesi. Abitanti di Seggiano (i Lunai), ai quali vengono attribuite qualità poco desiderabili, quali una colossale ingenuità, ed in ultima analisi la qualifica di macchiette dell'Amiata. Le novelle sui Lunai sono molte, e ricalcano i luoghi tipici delle storie di questo tipo; in effetti i Seggianesi prendono il soprannome di Lunai proprio dalla storia, pressoché universale, della luna nel pozzo. In virtù di ciò si chiama scorciatoia dei Seggianesi qualsiasi scorciatoia che in realtà allunghi la strada.

Sella’. Sellare. Verbo usato anche per riferimenti sessuali decisamente espliciti e ricchi di finezza.

Sémbula. Semola, ma anche le lentiggini, per cui sembulóso è la persona che ha il volto pieno di lentiggini.

Serpe. Serpente. Nella cultura santafiorese il serpe si ritrova spesso. Il serpe regolo sarebbe una mitica bestia, l’archetipo del serpente insidioso. Il termine viene anche usato per apostrofare una persona particolarmente infida «Ehi, sta’ attento, serpe regolo!». Il serpe vaccaio è un altro serpente che si suppone andare intorno alle mucche «pe' ciucciagli 'l latte». «Cerca’ rogna come 'serpi vecchi» è un detto adatto agli impiccioni, mentre «le cose lunghe diventano serpi» vuole esprimere la necessità di non tirare in lungo le faccende, prima che diventino fastidiose e irrisolvibili. I serpi sono poi dette le cannelle della fontana di piazza.

Sfangalla. Sfangarla. Cavarsela in situazioni difficili. «Oggi l'ho sfangata!» dicevo quando per un pelo non mi interrogavano a scuola.

Sfila’. Sfilare. Rompere il filo, ovvero la schiena. «Se casco mi sfilo» si esclama vedendo il ghiaccio per terra, affrontandolo con passo malfermo.

Sfiusso. Sgonfio. Notare come le consonanti -sfss ricordino proprio lo sgonfiarsi del pneumatico o del pallone bucato dalla guardietta.

Sfondóne. Parola storpiata, errore marchiano, specialmente nel parlare.

Sfrollassi. Soffiarsi il naso (vedi frollo). Il termine risulta anche onomatopeico per il gioco di consonanti -sfrll che ricorda moltissimo la robusta soffiata di naso popolana, priva di qualsiasi affettazione; niente a che vedere con le aristocratiche trombette di molti presunti educati.

Sgarganella’. Uccidere a colpi nel capo. Famosa la frase: «L'asino s'è magnato tutte le fettuzzule!» «Piglia 'n sasso e sgarganellalo!»

Sgora’. Sgorare. Un indumento sgora quando stinge ed i colori si mescolano, con risultati poco felici.

Sgrilla. «Cantà la sgrilla» significa cantare scoordinatamente, magari improvvisando lì per lì. Di solito la sgrilla si canta da ubriachi.

Sgroppona’. Sgropponare. Portare grandi pesi sulla groppa, tipico del somaro, ma anche di chi il somaro non ce l'ha. In senso più ampio compiere una grande faticata.

Sgropponata. La faticata di cui sopra.

Sgrulla’. Sgrullare. Scuotere con forza una pianta (un olivo per esempio), ma anche una persona (un pirozzo per esempio) o il membro virile dopo la minzione (vedi scioccula’).

Sgrullata. Movimento scuotitorio impartito all'oggetto da sgrulla’ (v. sopra).

Sguardiona’. Sguardionare. Aprire un indumento in fretta e con nessuna cura. Mettere in disordine. Sguardionato è pressoché sinonimo di sbracato: «Rimbracati che sei tutto sguardionato».

Sguilla’. Sguillare. Scivolare, schizzare via dalle mani. La saponetta umida sguilla sempre via. Se si accetta la derivazione della parola da anguilla, ci si rende conto quanto questa sia calzante, visto che le anguille sono quasi impossibili da afferrare.

Sgumèlla. Zuppiera, ma anche catinella. Unità di misura acconcia se si parla di tortelli.

Sieda. Sedia.

Siede’. Siedere. Sedere: «Sièdeti 'n de la sieda».

Siepe. Persona che non è adatta ad ascoltare il discorso che si sta affrontando, di solito si tratta di un bambino. «Zitta che c'è la siepe!» diceva mia nonna quando tra donne parlavano di argomenti «che nun so' da ragazzini».

Simili co' su' simili… «Simili co' su' simili, e genti de' su' pari» è il commento che si rivolge ad una coppia o ad un gruppo poco assortito, composto da persone simili per interessi e comportamento. La frase comunque ha di solito connotazione negativa, lo stesso di «Sant’Anna fa le coppie e l’accompagna», o il romanesco «Chi se somija se pija».

Sito. Puzza, odore poco gradevole, tipo il sito di salvatico. Di conseguenza sita’ significa puzzare (bella scoperta!).

Sléppa. Grossa fetta di pane o polenta, o di qualsiasi altra cosa affettabile. In senso più ampio grosso oggetto lungo lungo, dal baccalà ai miei piedi, a certi particolari anatomici che potrei enumerare ma che per educazione tacerò. Certo è che doveva essere una bella sleppa quella che spinse una giovane sposa a fuggire spaventata intorno al letto, con lo sposo che commentava: «Gira gira, tanto questo è ‘l tuo e nun te lo leva nissuno!»

Smadonna’. Smadonnare. Bestemmiare con veemenza.

Smàfera. Donna molto aggressiva e comandóna.

Smaiala’. Smaialare. Ridurre una cosa come farebbe un maiale, ovvero insudiciarla in modo rivoltante. Anche equivalente di fa’ i maialini (v.).

Smeria’. Smeriare. Vanificare le vanterie di un presuntuoso sminuendo l'oggetto del vanto.

Smusa’. Smusare. Rompere il muso, la faccia; anche riflessivo (smusassi) per chi fa tutto da solo, magari baltando coll’apo.

Sodo. Persona particolarmente dura. Di uno che parla, parla, ma in fin dei conti non dice niente e non sente ragioni, si dice che: «È come l'ova, più bolle e più assoda».

Solétta. Piccola suola, ma soprattutto fettina dura e stoppacciosa (v.). Il termine sòla, ovvero fregatura, è di derivazione romana e quindi non lo considero manco per niente.

Solìna. Luogo sempre baciato dal sole. «D’inverno ti metti a la solina e ti ripiuli».

Sóllo. Morbido, cedevole: «Sentivo sollo sott’a’ piedi, e poi avevo acciaccato 'n rospo!»

Somaràta. Azione tipica del somaro, ovverossia dello sciocco.

Somaro di Pappo. Epica figura di asino che si usa per indicare le persone dure e restie all'apprendimento. A titolo di informazione, l'ultimo asino storico di Santa Fiora è stata la somara di Aristotele.

Sorba. Frutto del sorbo, che va maturata a lungo nella paglia, altrimenti è dura e allappa la bocca (non che da matura sia tanto meglio…), di conseguenza il termine indica anche una persona dura e poco furba. «Col tempo e co' la paglia si matura la sorba e la canaglia!». Ah! Saggezza popolare!

Sorda. La sbornia sorda è quella che ti stende senza tanti schiamazzi.

Sornaca’. Sornacare. Dormire della grossa, magari russando con la bocca aperta (v. cotozza’).

Spaglio. Schizzo, spruzzo, getto di liquido.

Spantennassi. Spantennarsi. Togliersi dalla pantenna (fango), ma anche da una situazione particolarmente sgradevole.

Spara’. Sparare. Sventrare. Spara’ 'coniglioli significa pertanto sventrare i conigli, e non fucilarli!

Sparnaccia’. Sparnacciare. Camminare senza fare attenzione, pestando, spargendo e rompendo tutto quello che ci capita sotto ai piedi: «Nun veni’ nell’órto, che con coteste fette mi sparnacci gnicosa» mi dice ’l mi’zio quando provo ad entrare nell'orto…

Spépa. Aggettivo adoperato esclusivamente al femminile per definire una ragazzina tutto pepe. «È proprio ‘na spepa» si dirà sorridendo alla madre della bimba rompicogliómberi.

Spettorinassi. Spettorinarsi. Aprirsi la pettorina, ovvero aprirsi l'indumento sul petto.

Spettorinàto. Persona che gira con la camicia aperta, o con un profondo scollo, e di conseguenza mostra il petto. Se il lavoro è fatto bene ci dovrebbe essere anche una bella catenona con un bel crocione d’oro.

Spianatoia. Ripiano di legno per spianare la sfoglia. A volte usato come unità di misura: «magnonno tre spianatoie di maccaroni».

Spiciala’. Spicialare. Fare di un indumento una piciala (v.).

Spinosa. Istrice, animale protetto ma rinomato per le carni eccellenti (ma io non l'ho mai mangiato, giuro!). Poco amato da chi coltiva l’orto perché si mangia tutte le patate. Di un gruppo di tre persone malmesse o poco raccomandabili si dirà: «Ecco la treccia garosa, ‘l tasso, ‘l riccio e la spinosa!» (sono tre animali che aculei e denti rendono poco avvicinabili).

Spira’. Spirare. Non nel senso di tirare le cuoia, ma come contrazione di ispirare. A volte si usa in vece di desiderare: «Stasera nun mi spira di magna’ fori».

Splòncate. Soprabito lungo, tipo cappotto o trench: «Mi' oh, che sploncate!» si dice ad un amico che si pavoneggia col cappotto nuovo, aggiungendo poi: «Falla finita pirozzo!»

Spozzarassi. Spozzararsi. Mangiare in maniera esagerata, rivelando una capienza gastrica pari a quella di un pozzo. Lo spozzarato è colui che mangia tantissimo, ingozzandosi. «Non fa lo spozzarato come sempre!» mi raccomanda invano mia madre quando vado fuori a cena!

Sproda’. Sprodare. Uscire dalle prode (v.), dagli argini, ma anche dai confini.

Spullerassi. Spullerarsi. Compiere salti e capriole, correre giocosamente come i puledrini (pullerini).

Spuri' e spuriggina’. Spurire e spurigginare. Pulire a fondo. Se si accetta la variante sfuriggina’ pare evidente la derivazione da sfuligginare, togliere la fuliggine e quindi lo sporco.

Squicquari. Noto personaggio di una volta che, a sentirlo, sapeva fare tutti i mestieri, per questo il nome è rimasto emblematico di una persona che dice di fare tutto e bene: «O chi sei, lo Squicquari?». È noto come Telino, interrogato su cosa sapesse fare, dopo che lo Squicquari aveva risposto che sapeva fare tutto lui, avesse risposto: «Io? Niente! Fa tutto lui!»

Stabbio. Letame.

Staccia’. Stacciare. Setacciare con lo staccio.

Stàccio. Setaccio da farina. Si dice che «nun presta mai lo staccio» di una persona che tiene sempre la parola senza far mai parlare nessuno.

Staio (pl. staia). Antica unità di misura contadina delle granaglie, che oggi rimane ad esprimere grande quantità: «C'ha 'no staio di pocce!» si dirà di una ragazza particolarmente prosperosa.

Stampicóne. Fusto molto alto, lungo gambo; ma anche persona molto alta (v.stollo).

Stantìvo. Stantìo. Che magari sa anche di vieto (v.).

Stasa’. Stasare. Sturare. Spesso il termine viene usato come incitazione erotica molto fine: «Viene qua che ti staso!»

Stasìno. Ventosa per sturare (stasa’) i tubi ingorgati.

Statèra. Stadera.

Stegamìo. Rumore di tegami che cadono e sbattono, ma anche qualsiasi rumore metallico che possa ricordare le pentole.

Stizza canìzza. Si fa stizza canizza quando si mangia dinanzi ad una persona che non può farlo, magari esagerando le espressioni di piacere per una leccornia che chi ci guarda non può avere.

Stóllo. Palo centrale del pagliaio, su cui di solito si mette un bel barattolo vecchio della conserva; più estesamente indica qualsiasi struttura che svetta sul resto, ma anche una persona molto alta e magra: «Mira che stollo!» dicevano di me quando facevo sempre scareggio (v.).

Stolza’. Spaventarsi, ma anche schizzare via, saltare via, sia di cose che di persone: si dirà infatti «M'hai fatto stolza’!», ma anche «M'è stolzato 'l martello di mano, manca poco mi porto via ‘n deto!»

Stólzo. Spavento, spesso accompagnato da movimenti involontari.

Stoppaccio. Cencio legato su un bastone per pulire tubi e cannoni.

Stoppaccióso. Stopposo, fibroso. Di solito riferito al baccalà, al lesso o alle fettine maggiorenni di (mettete il vostro macellaio preferito).

Stóppasselo. «Me lo stóppo (in culo)!» si dice quando non si sa che farsene di un oggetto. Viene usata anche la frase «Me lo caccio» dove non lo dico, ma tanto il posto è il solito. «Il vino bianco è finito, la voi la spuma?» «Stoppatela ‘n culo!»

Stortica’. Storticare. Scorticare. Era normale per i ragazzetti, in era pre-playstation, tornare a casa sempre tutti storticati.

Stortignàcculo. Persona piccola e storta.

Straccàia. Stanchezza, quella che coglie dopo un lungo lavoro. Quella congenita si chiama cagna (v.).

Stradéllo. Sentiero stretto di campagna, di solito si tratta di una scorciatoia che spesso non si comporta come tale (v. Seggianesi).

Strafialassi. Strafialarsi. Farsi venire il fiatone per una intensa attività fisica.

Stralòcco. Termine dialettale, o comunque storpiato nell'uso popolare. Questo vocabolario è una bella raccolta di stralocchi!

Strameggia’. Strameggiare. Mangiare con soddisfazione. Molto usato al negativo per indicare l'atto di mangiare forzatamente e con poco appetito: «Oggi nu' strameggi» mi dice mio zio quando rifiuto il quinto primo di seguito.

Strapòrto. Trasporto funebre.

Strata’. Stratare. Distendere per terra: «Ti do 'n cazzotto ti strato!»

Stratìno. Stuoino: si chiama così perché è stratato ‘n terra (e dove, se no?).

Stregonato. Con il pelo arruffato. Un gatto si stregona accarezzandolo contropelo. Si può anche dire di una persona spettinata e malmessa.

Stròlaca o stròlaga. Strega, indovina.

Strolaca’ o strolaga’. Predire, indovinare, profetare, vaticinare (quanti ne volete?).

Struffa’. Struffare, spettinare. Scompigliare gli struffi, ovvero i ciuffi.

Struffachiocce. Ennesimo nomignolo che si dà ai bambini irrequieti (vedi raspallusci e fregafummo).

Strullo. Scemo, idiota.

Sturbàssi. Sturbarsi. Turbarsi, ma anche ammalarsi.

Succhio. Anda’ al succhio significa cominciare «a anda’ a fa’ l'amore»: più chiaro di così! (v. move’).

Sudarèlla. Quel sudorino tipico della malattia: «Oggi c'ho 'na sudarella… Speriamo nun mi venga qualche pronospera! (v.)»

Sùggiulo o sùggiolo. Castagna bollita particolarmente dolce, da suggere appunto. Suggiulóne va invece ad indicare un ragazzo piuttosto immaturo e poco sveglio.

Suste. Ribattini adatti ad unire pezzi di pelle o cuoio. Sarebbe interessante vedere che tipo di collegamento c'è con il livornese susta, che significa sostanza (nel senzo di durezza, compattezza).

Svagàta. Quantità rilevante di materiale sfuso, ma a grani, in quanto derivante da vago (v.)